LA MERIDIANA DI EUPORUS

I misteri nascosti della meridiana orizzontale di M. Antistius - Euporus - del tipo "Plinthio lacunare".

 

Dopo quanto ho documentato con il mio libro "Le fonti misteriose di Vitruvio" e nel presente Blog con il precedente articolo di data 08.12.2020, a seguito del sopralluogo effettuato in data 10.08.2021, presso il Museo archeologico nazionale di Aquileia, per eseguire l'analisi autoptica del monumento, regolarmente autorizzata anche se in via eccezionale, dal Direttore del museo la Dott.ssa Marta Novello, a cui vanno i miei più sentiti ringraziamenti, ed aver conseguentemente approfondito alcuni aspetti storici e scientifici emersi da un approfondito esame di diversi dettagli costruttivi, ritengo opportuno riscrivere il presente articolo onde cercare di chiarire tutti i misteri celati dietro uno dei più importanti reperti archeologici che la storia ci ha tramandato.

 

Cosi come mi definii nel mio libro, non essere un "Autore del centro" ma solo un semplice "uomo di periferia", e facendo proprio quanto scrisse Leonardo da Vinci anche lui come me affetto da dislessia,

"So bene che, per non essere io letterato, che alcuno presuntuoso gli parrà ragionevolmente potermi biasimare coll’allegare io essere omo senza lettere. Gente stolta! Non sanno questi tali ch’io potrei, sì come Mario rispose contro a’ patrizi romani, io sì rispondere, dicendo: Quelli che dall’altrui fatiche se medesimi fanno ornati, le mie a me medesimo non vogliono concedere. Or non sanno questi che le mie cose son più da esser tratte dalla esperienza, che d’altrui parola, la quale fu maestra di chi bene scrisse, e così per maestra la piglio e quella in tutti i casi allegherò». «Io ho tanti vocaboli nella mia lingua materna, ch’i’ m’ho piuttosto da doler del bene intendere le cose, che del mancamento delle parole, colle quali bene esprimere il concetto della mente mia», 

mi permetterò anche in questo articolo di essere sintetico e di non usare le note a pie pagina o i riferimenti bibliografici, servendomi solo, per quanto la moderna tecnologia permette, di inserire dei collegamenti con quanto documentato su internet.   

 

 

Descrizione del complesso monumentale 

 

La meridiana di Euporus venne ritrovata dal dott.  Garlo Gregorutti, il 20 novembre 1878, negli ex terreni Cassis Faraone, ora denominati Marignane, ubicati nella zona periferica a nord di Aquileia, la stessa in cui venne costruito anche l'importante impianto del circo.

Il complesso, ritenuto un monumento anatomico-gnomonico-anemoscopico-astronomico/astrologico-religioso-nonché topografico, tanto da essere definito dal professor G. Grablowitz 1887 e dal prof. Legnazzi 1887 la GROMA DI AQUILEIA (Fig. 1), è costituito da una pesante e spessa lastra orizzontale di pietra calcarea d’Aurisina, di dimensioni di circa m. 1,05x2,10  appoggiata su due plinti circolari anch'essi in pietra d'Aurisina. 

Non è, come si potrebbe definire, un tavolo dalla superficie orizzontale, ma bensì trattasi di una lastra scavata in modo tale da lasciare un bordo periferico.

Quindi l’oggetto, decorato all'interno con un bellissimo tracciato gnomonico, di cui l'importante asta gnomonica fu "stranamente" smarrita, circondato e in parte intersecato da due circoli concentrici entro i cui solchi sono scritti i nomi dei venti antichi che cominciando da nord ed in senso orario sono: (Septentrio, Boreas, Desolinus, Eurus, Auster, Africus, Favonius, Aquilo) e dove all'interno del cerchio, compreso fra i due rami dell’iperbole invernale, troviamo la scritta: M. ANTISTIUS EUPORUS FECITassume la forma ma solo la forma di una “vasca” poco profonda raggiungendo lo spessore di poco più di quattro centimetri.

Ma a confutare l’idea che non si possa trattare di una vera e propria vasca vi è il fatto che in un angolo è presente un largo foro che ne compromette la tenuta. 

Quella che viene definita vasca, mostra una frattura in tre pezzi, riparata attraverso l’inserimento di tre pesanti zanche in piombo, per ridarne non solo la forma originaria, ma anche restituirne la compattezza sul piano orizzontale e la rigidità complessiva.

A questo proposito, considerata la particolare tecnica di restauro usata dagli antichi solo per le opere di pregio, conferma che la meridiana in quel periodo, ricoprisse un'importanza rilevante per i romani.

A completare il resto del monumento è presente una sorta di panca squadrata, realizzata pure in pietra calcarea d’Aurisina a forma di “U” in pianta, che circonda quasi interamente la vasca ed un blocco della stessa pietra in cui si possono notare alcune attaccature dove sono presenti dei residui di piombo, che sicuramente servivano a sostenere dei ganci metallici, ora scomparsi, ma senz’altro usati per appendere gli animali da sacrificare.

 

Fig. 1 - Rappresentazione grafica in pianta dell'intero impianto monumentale denominato meridiana orizzontale di M. Antistius -Euporus- del tipo " Plinthio Lacunare" tratta da Drucker e Tedeschi Del castro romano, Verona 1887 - Studio dell'Ing. Grablovitz
Fig. 1 - Rappresentazione grafica in pianta dell'intero impianto monumentale denominato meridiana orizzontale di M. Antistius -Euporus- del tipo " Plinthio Lacunare" tratta da Drucker e Tedeschi Del castro romano, Verona 1887 - Studio dell'Ing. Grablovitz

Ma quale è la vera storia di questo importantissimo monumento ed a cosa effettivamente serviva?

 

Per far capire al meglio quanto verrà documento è importante conoscere alcuni passaggi storici ed evidenziare il ruolo che alcuni personaggi che li hanno animati.

Di rilevante importanza e citati in diversi trattati storici sono gli agrimensores, ovvero i misuratori della terra dell’antica Roma, il più delle volte erano anche dei curatori delle acque, (curator aquarum) fondamentale nelle colonie e centuriazioni romane.

Se dovessimo paragonarli a una professione a noi più vicina nel tempo, potremmo, con le debite differenze, paragonarli a dei geometri o, ancora meglio, a degli architetti.

Al tempo dei Romani, queste importanti figure avevano un ruolo ben più rimarchevole di quanto si possa immaginare: erano gli unici incaricati ad impostare gli orientamenti delle colonizzazioni e la suddivisione  gli appezzamenti di terreno disponibili e dovevano farlo seguendo un piano prestabilito.

In particolare nel (232 a.C.) con l'approvazione della Legge Lex Flaminia voluta dal console Gaio Flaminio Nepote che promise un ampio programma di riorganizzazione amministrativa ed economica di tutto il territorio a sud di Rimini (Ariminum), l'Ager gallicus,  i nuovi territori conquistati venivano assegnati ai coloni dopo essere stati centuriati e divisi in tre parti: la prima rimaneva di proprietà dello stato (ager publicus), la seconda veniva lasciata ai vinti, mentre la terza era data ai soldati. Da ciò la necessità di dividere il terreno in parti le più eque possibili. 

Un’opera di fondamentale importanza, tanto che gli agrimensori dovevano essere delle figure di ampia cultura, in modo tale che questa professione potesse essere davvero nobilitata; tali figure avevano anche una profonda conoscenza dell’astronomia e dell’astrologia, pertanto nella scelta dei territori in cui impostare le colonizzazioni, non solo si orientavano grazie alla stella polare ma si servivano anche del sole, del sistema planetario e della Rosa dei Venti (inizialmente comprendente gli otto venti antichi e successivamente anche quelli moderni fino ad arrivare ad un totale di ventiquattro).

Queste basi, erano considerate di fondamentale importanza, sia per l’effetto che il sole ed il vento potevano avere su di essi, sia per come influisce sul sistema planetario; così come è stato dettagliatamente descritto nel De architectura da Marco Vitruvio Pollione, ovvero Marcus Vitruvius Pollio (80- 23 a.C.), (Libro primo, Capi IV e VI, nonché in alcuni capitoli del Libro nono), grande architetto, ingegnere militare e un interessante scrittore romano del I sec. a.C., ma soprattutto il primo e più famoso teorico dell’architettura di tutti i tempi.

Ecco come si esprime al riguardo nel Libro primo - De la institutione de li architecti - :

“Egli [l’architetto] deve avere per natura del talento, e deve essere desideroso di imparare [...]. Dovrebbe essere pure uomo di lettere, esperto nella pittura, dotto in geometria: dovrebbe conoscere bene la storia, aver studiato con diligenza la filosofia [...] non essere ignaro di medicina, conoscere la legge ed avere una conoscenza profonda di astronomia e cosmologia [...]. Con l’astronomia noi impariamo a localizzare i punti cardinali, a capire l’ordine del cielo, e a calcolare gli equinozi e i solstizi e i movimenti delle stelle”.

I Romani non furono gli unici a voler misurare con precisione le terre controllate. I Greci quando fondarono nuove colonie, il loro Istitutore, non solo doveva procurarsi i sacerdoti per instaurare il culto del Dio e della Dea padroni della citta, ma aveva anche il compito di provvedere agli agrimensori che dovevano suddividere le nuove terre tra la pianificazione urbana e quella fondiaria, dandone un preciso orientamento. Esempio eclatante di come si provvide all'orientamento ed all'organizzazione dei nuovi territori è Selinunte (in greco, Σελινοῦς in latino Selinus), citta greca situata sulla costa sud-occidentale della Sicilia: se si osserva la sistemazione delle sue strade, questa ricorda molto da vicino l'organizzazione romana secondo cardini e decumani orientati in riferimento alla stella polare, al sole, al sistema planetario ed ai venti, cosi come ampiamente documentato da Vitruvio nel De archittettura, da Sesto Giulio Frontino nel Corpus, e nella recente letteratura da O.A.W. Dilche nell'importantissimo libro "Gli Agrimensori di Roma Antica" 1971  in cui al capitolo 5 (Strumenti romani usati per il rilevamento), descrive anche l'uso delle meridiane, citando proprio quelle presenti nel Museo di Aquileia.

 

Ed è proprio la Meridiana orizzontale di Euporus del tipo "Plinthio Lacunare", attualmente esposta nel Museo Archeologico di Aquileia presso le sale denominate Magazzini, il principale monumento topografico-gnomonico-anemoscopico-astronomico/astrologico-religioso, attualmente noto,  che può confermare queste testimonianze in quanto essere la copia di quella citata da Vitruvio nel De architettura  e denominata "Plinthim sive lacunar".

 

Vitruvio Nel Libro nono, capo IX "De quorundam horologiorm ratione, & inventoribus"  (di alcune specie d'orologi, e loro inventori), descrive che il "Plinthim sive lacunar",  come è quello nel circo Flaminio, fu inventato da "Scopas Syracusius"  tradotto in Scopa Siracusano ora conosciuto come "Skopas (circa 390 - 330 a.C.) uno dei più grandi scultori ed architetti greco antico, citato nuovamente da Vitruvio anche nel De architectura Libro settimo Prefazione.

A tal proposito ci viene in aiuto anche Cesare Cesariano, un artista teorico, pittore e architetto, vissuto tra i 1483 e il 1543, colpevolmente dimenticato perché si direbbe ora, non "allineato",  in quanto nel cimentarsi prima nello studio del De architectura e poi, nel 1521, nella sua difficile traduzione in italiano volgare, ebbe l'ardire di interpretare il concetto della teoria di Vitruvio tanto che si trovò a passare dei guai.

Cesariano nel tradurre un Capitolo del Libro nono(privo di numerazione probabilmente per i motivi di seguito riportati), ne commenta dando una corretta interpretazione che integralmente viene riportata: (Fig. 2)

Fig. 2 - Copia del capitolo ? del Libro nono in cui si parla "De la ratione et uso de li Horologii et de la loro inventione et quali siano stati li inventori.   , trattata da Cesare Cesariano De architectura.
Fig. 2 - Copia del capitolo ? del Libro nono in cui si parla "De la ratione et uso de li Horologii et de la loro inventione et quali siano stati li inventori. , trattata da Cesare Cesariano De architectura.

 

"Scopa Siracusano eccellentissimo scultore celebrato da Plinio N. A. li, 36. C. 26. il quale riporto e summa laude nel arte Marmorea per la fabricatione de le statue de Liberò patre e de Minerva nel Isola de Gnido per l'intaglio del Mausoleo in Caria da la parte Orientalepersornio e una altra fogia de Horologio appellata Plinthio sia Lacunarei che significa una forma de Pietra consta nominata quadrello più longa che lata: e similmente il Lacunare qual e una forma de requadrato ne la Contignatione de le case vulgarmente di Eta Celo.  Questo Plinthio era Incavato a ratione lassando uno Orlo del quadrato ambito: como ancora li Lacunari hano il requadramento de li Orli tra li quali remane una quadra o sia ablenga concauitate in Latino dimandata laco che vene pero dal greco Zoe da Lacos che significa una cossa concava como e dicto: E cosi in questo Plinthio voglia lacunare a tal modo incavato e requadrato haveva figurato la Lineae e situato il stilo Gnomonico a la ratione lui: E pare che questa Inventione fusse approbata per che li victoriosi romani il reportarono de Sicilia da la patria del praefato Scopa una insema con li altri spoglii & lo collocarono in Roma nel circo flaminio per questo prestandoli grande authoritate.”

 

Citazioni di Plinio il Vecchio estratte e tradotte dal "La Naturalis Historia"

Libro 36 

C. 25 

"Con questi gareggia il merito di Scopa. Egli fece una Venere e un Desiderio, che sono venerati a Samotracia con cerimonie molto religiose, anche un Apollo Palatino, una Veste che siede ammirata nei giardini servili ani e due colonnine intorno a lei, le cui copie sono edifici di Asino, dove anche un suo portatore di canestro."

C. 26   

"Ma nella massima ammirazione nel tempio di G. Domizio nel circo Flaminio un Nettuno stesso e Teti r Achille, Nereidi che siedono sopra delfini e cetacei o ippocampi, anche Tritoni e la schiera di Forco e balene e molti altri esseri marini, tutti per mano dello stesso, opera notevole, anche se fosse stata di tutta una vita. Ora invece tranne quelle sopra citate e quelle che non conosciamo c'è anche per mano dello stesso un Marte colossale che siede nel tempio di Bruto Caleco presso lo stesso circo, inoltre nello stesso luogo una Venere nuda, che supera quella di Prassitele e destinata a nobilitare qualunque altro luogo". 

 

Inoltre fu proprio Plinio il Vecchio nella sua Naturlalis Historia nel Libro 7 - C. 213 a dirci che la prima meridiana introdotta a Roma fu quella presa come bottino nel 263 a.C. a Catania (Sicilia) (prima guerra Punica)  e per quasi un secolo i romani la usarono senza rendersi conto che era stata disegnata per una latitudine molto più meridionale. Solo nel 164 a.C. fu costruito un modello corretto secondo la latitudine di Roma.

 

Molti furono negli anni quelli che non diedero importanza, per non dire che vollero mascherare l'invenzione del "Plinthim sive lacunar"  e la sua paternità.

A partire da alcune delle prime trascrizioni in latino il nome dell'inventore passo da Skopas a Scopinas Syracusius.

Mentre nella traduzione dal latino all'italiano a cura del Mons. Daniel Barbaro 1567,  eletto Patriarca d'Aquileia, poi ripresa anche nella traduzione da parte del Marchese Berardo Galiani 1758, nella nota N. 2 riportata a pie pagina veniva scritto:

 

"Il Baldo ci avvertì che dove leggersi lacunar  si debba leggere laterem, perché later può essere sinonimo di pilntibus."   Ovvero si voleva far credere che si trattava di una meridiana a forma di plinto e non un piano orizzontale a forma lacunare.

 

Fig. 3 - Rappresentazione Lacunarii, trattata da Cesare Cesariano De architectura 1521 volume a stampa, Milano..
Fig. 3 - Rappresentazione Lacunarii, trattata da Cesare Cesariano De architectura 1521 volume a stampa, Milano..

Pertanto L'unico che ebbe l'ardire di documentare nel dettaglio l'invenzione del Plinthim sive lacunar  e la sua vera paternità fu Cesare Cesariano, dove oltre a specificare nel dettaglio il termine lacunar lo rappresentò anche graficamente. (Fig. 3)

Purtroppo questo ardire gli costò molto caro tanto che poi si trovò a passare dei guai, come di seguito riportato: 

“L’impressione di questa veniva affidata al noto tipografo Gottardo da Ponte, fatto venire appositamente da Milano a Como. Successivamente, con atto rogato il 21 aprile 1521, si convenne che Cesariano avesse il diritto di rivedere le bozze e le figure e che durante l’impressione venisse alloggiato nella casa di Sebastiano Gallo, fratello di Agostino.

Di fatto tutto procedette bene sino al c. 159r (Libro nono, capitolo sugli orologi).

A questo punto venne negato al Cesariano il diritto di correzione delle bozze; egli si appellò al contratto, di cui per sua somma ingenuità non si era provveduto di copia. Gli editori ebbero facile pretesto per negare la validità della richiesta. Cesariano, minacciato, lasciò la casa di Sebastiano Gallo e trovò un rifugio presso un amico, Benedetto Birago, portando con sé il resto del manoscritto e le residue matrici delle incisioni. Ma poco tempo dopo i due con l’accompagnamento di guardie armate irruppero nella casa del Birago e rubarono gran parte del materiale utile alla continuazione della pubblicazione, oltre a cose personali di Cesariano, che venne incarcerato.”

 

Tutt'ora, per alcuni, c'è ancora la tendenza di voler dare la paternità di questa invenzione a Scopinas Syracusius, cosi come documentato anche su wikipedia. 


Per alcuni anni, dopo la sua scoperta, il monumento venne studiata in diverse occasioni vedi : (Kenner 1880 )- (Legnazzi 1887) - (Grabblowitz 1887) - (Maionica 1893), tutte pubblicate in ambito scientifico. (Fig. 4)

Mentre in epoca recente il monumento destò l'interesse, soprattutto dal lato tecnico-gnomonimo-astronomico, di altri tre importanti studiosi : il Sig. M Pagliari 1991, l'Ing. Dante Tognin 1993, nonché l'ing. Paolo Albéri Auber che in più riprese, a partire dal 2000 approfondi in maniera ineccepibile ed esaustiva tutta la storia del monumento evidenziando anche i vari contesti in cui poteva inserirsi, dandone cosi una sua personale interpretazione. L'ultimo suo aggiornamento risale al 20.08.2021 ed è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista "Orologi Solari".

 

Fig. 4 - Aquileia, giardini del Museo archeologico nazionale, all'epoca detto Imperial-Regio Museo S : dove di nota il dott. Enrico Maionica indicare con il bastone da passeggio la meridiana orizzontale di Euporus ad altri storici studiosi.
Fig. 4 - Aquileia, giardini del Museo archeologico nazionale, all'epoca detto Imperial-Regio Museo S : dove di nota il dott. Enrico Maionica indicare con il bastone da passeggio la meridiana orizzontale di Euporus ad altri storici studiosi.

La scoperta che diversi studiosi si erano cimentati sul tema, ma giungendo tutti ad ipotesi diverse e non definite, mi ha spinto a pensare che ci fosse spazio anche per una proposta personale, cosa che fece sprigionare la scintilla per approfondire tutti gli argomenti riportati in questo articolo.

E' lo stesso movente che Dante Alighieri nella Divina commedia nel canto XXXVI dell'Inferno attribuisce ad Ulisse: "Fatti non foste a viver come bruti ma per servir virtute e conoscenza" ponendo nella conoscenza il presupposto base per la valutazione di una persona.

Quindi dopo aver letto attentamente tutti gli studi di cui sopra, ed essendomi confrontato anche di persona con alcuni degli autori, pur non entrando nello specifico di nessuno di questi, mi sono fatto l'idea che tutti hanno cercato di voler dare delle risposte complicate a delle semplici domande.

Probabilmente la difficolta, nel semplificare gli studi, è nata da uno degli errori base, ovvero quello della datazione del monumento che tutti fecero risalire al II secolo d. C., in quanto tratti in inganno da delle epigrafi che nulla hanno a che vedere con questo monumento.

Un altro errore è stato quello di associare la posizione del monumento all'interno del circo, per analogia a quanto documentato nel passato e che di seguito verrà approfondito.

 

Pertanto dalla mia ignoranza su questi argomenti, ho cercato di dare delle risposte il più elementari possibili, basate principalmente su documenti certi e concrete dimostrazioni.

 


Il ritrovamento collegato all' orientamento dell'intero impianto monumentale.

 

Il ritrovamento negli ex terreni Cassis Faraone, ora denominato Marignane, nella zona periferica Nord/Ovest di Aquileia, fu fatto dal dott. Carlo Gregorutti, in data 20.11.1878. La notizia del ritrovamento rappresentò un fatto eccezionale tanto che si diffuse immediatamente, ma fu tratta (forse volutamente) in maniera troppo sintetica dal Dott. Carlo Gregorutti.

Esso inizialmente ne diede comunicazione al collega G. Henzen del Deutsches Archaelolgisches Istitur Rom che ne pubblico il contenuto cosi scrivendo: "la pietra trovasi collocata sul sito con i lati parallelamente al corso delle mura in modo che gli assi trasversale e longitudinale della medesima segnano la direzione dei cardini e dei decumani della colonia".

Successivamente il dott. Carlo Gregorutti, fece un rapporto ai soci della Soc. di Minerva "Archeografo Triestino" nel 1879-1880 dove insistette fermamente sullo stesso concetto: "La direzione della pietra è parallela alle mura così che declina come queste per gradi 22°30' da Settentrione verso Occidente. Il monumento segnava la giusta direzione del Cardo Maximus di Aquileia.

Fig. 5 - Rappresentazione grafica in Autocat della ricostruzione della disposizione dei venti della Meridiana piana di Euporus, realizzata dall'ingegnere Paolo Albèri Auber e dallo Stesso pubblicata in Istituto Veneto Scienze Lettere e Arti 2005
Fig. 5 - Rappresentazione grafica in Autocat della ricostruzione della disposizione dei venti della Meridiana piana di Euporus, realizzata dall'ingegnere Paolo Albèri Auber e dallo Stesso pubblicata in Istituto Veneto Scienze Lettere e Arti 2005

 

 Solo nel 1887, all'interno dell’opera "Del catasto romano e di alcuni strumenti antichi di geodesia" del professor Legnazzi, edita a Verona da Drucker e Tedeschi, fu riportato un disegno che illustrava tutto il complesso, compresa l’asta gnomonica, ma questa al momento dello scavo non venne rinvenuta inserita nel suo alloggiamento, ma fu scoperta staccata dalla meridiana a poca distanza.

Anche L’ing. Auber, basandosi su alcune testimonianze inconfutabili, ricostruì l’intera apparecchiatura gnomonica-anemoscopica, tenendo conto della direzione originaria, cioè l’orientamento storico di Aquileia (22°30’ ovest) (Fig. 5), lo stesso che si può vedere nell'Agro colonico di Aquileia dell’ing. Grablovitz (1887) (Fig. 6).

Come si può notare nella rappresentazione grafica (FIG. 5) l'orientamento dell'Agro colonico di Aquileia si trova esattamente a metà tra la direzione del vento Septentrio e il vento Aquilo ed esattamente a metà tra la direzione del vento Boreas  e il vento Desolinus  e questo per i motivi ben precisi che successivamente verranno spiegati anche da Vitruvio nel De architettura.

Fig. 6 - Rappresentazione grafica dell'Agro colonico di Aquileia tratta da Drucker e Tedeschi Del castro romano, Verona 1887 - Studio dell'Ing. Grablovitz
Fig. 6 - Rappresentazione grafica dell'Agro colonico di Aquileia tratta da Drucker e Tedeschi Del castro romano, Verona 1887 - Studio dell'Ing. Grablovitz
Fig. 8 - Rappresentazione della Torre dei Venti eretta ad Atene da Andorico Cireste, trattata dal De architectura, Cesare Cesariano 1521 volume a stampa, Milano
Fig. 8 - Rappresentazione della Torre dei Venti eretta ad Atene da Andorico Cireste, trattata dal De architectura, Cesare Cesariano 1521 volume a stampa, Milano

Va precisato che analizzando il luogo in cui il complesso monumentale venne ritrovato, poco distante, immediatamente all'esterno del recinto del circo, (Fig. 7) furono individuati anche i resti di un Tempietto repubblicano con colonne dell’iscrizione Tampia L. F. / Diovei a Dio Giove, portato alla luce durante gli scavi di metà Ottocento. In questo Tempietto, prima di dar corso alle operazioni di colonizzazione, non veniva professato un atto di fede esplicito e conforme a un dottrina, ma venivano esercitati dei rituali, basati sul sacrificio e la divinazione per la definizione degli spazi.

La definizione degli spazi e la loro attribuzione ai legittimi proprietari era basilare. Gli spazi nei quali sarebbero stati eretti templi, altari, ed edifici venivano "inaugurati", organizzati cioè secondo un orientamento che facesse riferimento ai punti cardinali, dopo aver consultato la volontà di Giove.

Questo edificio, posto immediatamente alle spalle del Podium e trasformato dopo il rifacimento delle mura in torre di difesa, aveva una pianta ottagonale, che è la stessa pianta della famosissima Torre dei Venti eretta ad Atene da Andronico Cireste.

Pertanto si può sostenere che quell'edificio oltre a essere un tempietto dedicato a Giove era una torre dei venti, una delle torri citate da Vitruvio nel Libro primo, Capo VI. (Fig. 8)

Quanto detto, si collegherebbe anche ad un'altra scoperta, un oggetto rinvenuto una ventina di anni fa ad Aquileia nel fondo di un pozzo, tipico riparo per oggetti di valore in caso di invasione barbarica; trattasi di bellissimo oggetto, una sorta di applique con bassorilievo in bronzo raffigurante il profilo di un viso maschile con i capelli mossi dal vento. Proprio per questo motivo è catalogato come un "Eolo".

Una cosa logica più che certa è che l'intero complesso monumentale non si poteva trovare allo stesso piano del circo e più precisamente nella pista delle corse con i cavalli in quanto, visto anche le considerevoli dimensioni, ne avrebbe completamente ostacolato le gare.

Di conseguenza, l'intero impianto monumentale non poteva che essere alla stessa quota sia del tempietto di Giove/terre dei venti di età repubblicana, sia del quartiere abitativo ritrovato sotto il circo e quindi fossero stati con esso obliterati.

Va sottolineato che sull'intero argomento la Dott. Luisa Bertacchi nel suo Volume "Nuova pianta archeologia di Aquileia" 2003 a pagina 42-43  capitolo - Il Circo- probabilmente per mascherare la vera storia della meridiana orizzontale di Euporus del tipo "Plinthio Lacunare", nonché dell'impianto dell'intero circo, riportò sia letteralmente che graficamente diverse imprecisioni tra cui:

- Le dimensioni del circo che secondo i suoi studi erano - "di uno sviluppo di circa 385, cioè di 1100  piedi (???) compreso la parte curvilinea. In una recente aratura è stato confermato che il muro settentrionale del Circo determinava la lunghezza totale del monumento a 385 m., cioè a tre metri a sud del muro meridionale del Cimitero moderno", misure (ridotte ad arte) solo per dimostrare che il circo non si interseca con la struttura del modero cimitero, costruito tra il  1912-1913, per una parte proprio sopra le carceri dove sedeva l'Imperatore;

- L'errata datazione del tempietto che pur essendo di epoca repubblicana  "non può essere anteriore del II sec. d.C".;

- la citazione di alcuni studi relativi alla meridiana, che la portavano a sostenere "pertanto questa meridiana ad Aquileia deve essere stata portata da fuori";

- l'errato posizionamento in pianta del complesso monumentale di Euporus, che sulla Tav. 16, risulta disassato rispetto all'allineamento delle mura antiche e quindi non formante un angolo di 22°30' con la linea del Nord.

Fig. 7 - Rappresentazione grafica del circo, del Tempietto di Giove/Torre dei venti (118) e del complesso monumentale di Euporus, posizionato erratamente (120), tratto dal Volume "Nuova pianta archeologia di Aquileia" 2003 della dott.ssa Luisa Bertacchi
Fig. 7 - Rappresentazione grafica del circo, del Tempietto di Giove/Torre dei venti (118) e del complesso monumentale di Euporus, posizionato erratamente (120), tratto dal Volume "Nuova pianta archeologia di Aquileia" 2003 della dott.ssa Luisa Bertacchi

La datazione del complesso monumentale, gli elementi che lo compongono e la loro funzione,

 

Uno dei principali dati che ci possono far risalire al periodo di datazione del monumento sono le misure che lo compongono e che non risulta siano mai state, da nessuno,  prese nella debita considerazione. In particolare quelle relative alla pesante e spessa lastra orizzontale avente le dimensioni di circa m. 1,05 x 2,10, corrispondenti esattamente a due cubiti reali in larghezza e quattro cubiti reali in lunghezza.

Al tempo dei greci ed ancor prima degli egizi il sistema di misura era quello del cubito reale corrispondente a cm. 52,5 cm .

La sua proporzione tra i lati è identica  al rapporto relativo al doppio quadrilatero della Citta Murata e ancor prima al rapporto tra la lunghezza e la larghezza della tomba di Cheope corrispondente  a 10 per 20 cubiti reali.

Questo motivo avvalorerebbe ancor di più la tesi che il complesso monumentale del tipo "Plinthio Lacunare"  denominata la meridiana di Euporus, si tratta di una copia esatta con il solo adattamento della posizione del tracciato gnomonico, della meridiana Plinthim sive lacunar inventata e scolpita da Sckopas nel III secolo a. C., oggetto di bottino della prima guerra Punica, poi trasportata a Roma, assieme ad altre pregevoli opere sempre realizzate da Skopas e posizionate a decoro dei Templi realizzati all'interno del circo Flaminio.

Sicuramente anche nel periodo in cui venne realizzata la copia, risalente al circa II secolo a.C. periodo in cui fu fondata Aquileia, era di vitale importanza mantenere rigorosamente dette misure con le relative proporzioni, tanto che nell'assemblare la lastra in pietra e l'intero impianto monumentale, che doveva essere collocato in allineamento con quello che sarebbe stato l'orientamento deciso per impostare l'Agro coloniale di Aquileia, con la copia esatta dello schema del tracciato gnomonico e rosa dei venti che dovendo rispettare la posizione della retta equinoziale in riferimento alla latitudine di Aquileia, affinché sia esattamente ortogonale all'asse Nord Geografico - Sud, parte del tracciato fini al di fuori dalla superficie della lastra, tanto da essere costretti per contenerlo completamente, a dove sagomare parte della cornice perimetrale(Fig. 9)

Un altro elemento importante per attribuire la datazione del monumento è il tipo di finitura che è stato adottata nella sua realizzazione.

Tale dettaglio è emerso in occasione della citata analisi autoptica, effettuata assieme all'architetto, scultore, pittore ed affreschista dott. Gabrile Cattarin, un esperto lapideo e realizzatore di innumerevoli meridiane verticali ed orizzontali, non ultima la bellissima e pregevole meridiana orizzontale realizzata su progetto dell'ing. Dante Tognin, già sopra citato, a Lignano Sabbiadoro, all'interno dell'area residenziale denominata "La Porta del mare". Una particolarità di questa meridiana e che, oltre ad essere una  elaborata struttura architettonica, è l'unica che riporta scolpiti su degli importanti elementi marmorei, i nomi dei venti antichi messi con la sessa sequenza di quelli della rosa dei venti scolpita nella meridiana di Euporus. 

Nella dettagliata reazione, il dott. Cattarin evidenzia innanzitutto che la scultura monumentale, realizzata in pietra calcare d'Aurisina, sicuramente estratta dalle Cave Romane di Duino (TS), può risalire all'arte greca/romana anche dal tipo di lavorazione della lastra in pietra, effettuata nella parte sottostante  a mezzo di subbia, mentre nella parte superiore con scalpelli in ferro di varie misure.

La meridiana che si può considerare sicuramente un antico originale, per svolgere la funzione per cui era stata costruita, doveva necessariamente essere esposta all'esterno e pertanto soggetta alle gravose condizioni ambientali.

Essendo stato un monumento molto importante e quindi non deteriorabile, per sopperire a questo problema, il suo scultore capace di ottima conoscenza dell'arte, oltre ad averlo realizzato con una pietra molto resistente, adotto la tecnica della tempera in superfice, ottenuta mediante più passaggi di sale strofinato velocemente con sacco fino a provocarne il riscaldamento e di conseguenza la tempera della pietra. Questa tecnica era in uso nel periodo greco/romano, per realizzare monumenti di pregio destinati a durare nel tempo.

Pertanto il monumento può essere sicuramente datato verso il II secolo a.C. 

Anche dalla analisi epigrafica delle scritte, la Dr. Roberta Rio  ne è della stessa opinione, ovvero risalente al II secolo a.C.

Fig. 9 - rappresentazione del tracciato gnomonico, circondato e in parte intersecato da due circoli concentrici entro i cui solchi sono scritti i nomi dei venti antichi  e il nome di M. ANTIUSTIUS EUPORUS FECIT.
Fig. 9 - rappresentazione del tracciato gnomonico, circondato e in parte intersecato da due circoli concentrici entro i cui solchi sono scritti i nomi dei venti antichi e il nome di M. ANTIUSTIUS EUPORUS FECIT.

Una spiegazione plausibile che si può dare al largo foro presente in un angolo dalla vasca ricavata sulla lastra in pietra, che ne compromette la tenuta e che questo foro servisse a far defluire dalla vasca, il sangue che fuoriusciva durante le operazioni di sezionamento degli animali sacrificati. (Fig. 10)

Questo rituale veniva effettuato prima di prendere la decisione se le terre conquistare erano adatte a poter essere colonizzate.

A tal proposito, per confermare questa spiegazione, ci viene sempre in aiuto Vitruvio con il De architectura dove nel Libro Prima Capo IV documenta, sulla base delle esperienze degli antichi Greci, quali siano gli studi necessari per realizzare le colonie e costruire città salubri.

Fig. 10 - Rappresentazione del foro all'interno della vasca in pietra.
Fig. 10 - Rappresentazione del foro all'interno della vasca in pietra.

"Pertanto io reputo doversi scrupolosamente aver sempre di mira gli usi antichi: imperrocchè i nostri maggiori dovendo sacrificar animali che pascevano quali volevansi erigere o città o accampamenti, ne osservavano loro fegati e la loro milza, i quali se a prima giunta apparivano o lividi o viziati, uccidevano tosto altri animali, dubitando quelli esser infettati o di malattia o per causa de' pascoli;

e quando ne avevan molti sperimentati, ed accertatasi della sana e soda natura de' fegati e milza, a cagion dell'acqua e del pascolo, ivi fermavano gli alloggiamenti. 

Se poi gli rinvenivano difettosi, argomentavano del pari che pestifera esser dovesse in que' luoghi anche pe' corpi umani la qualità de' cibi e dell'acqua, e perciò passavano oltre e mutavan paese cercando in ogni cosa la salubrità.

Ma che dai pascoli e dai cibi si conoscono le proprietà sane delle terre, si può argomentare ed intendere dalle campagne dei Cretesi, che sono intorno al fiume Potereo, il quale è ivi fra le due città di Gnosso e di Cortina: perciocchè a destra ed a sinistra del fiume si pascolano gli animali; ma quelli che si cibano presso Gnoso patiscono di milza; e quelli poi dall'altra parte presso Cortina non mostrano siffatta infermità.

Onde investigando i medici tal cagione, ritrovarono in quei luoghi un'erba, la quale mangiandone gli animali, assottigliava loro la milza.

Da ciò si può dedurre, che dal cibo e dall'acqua rendonsi le proprietà dei luoghi o pestifere, o salubri".

 

Ecco così data una spiegazione, anche alle attaccature ove sono presenti ancora dei residui di piombo posizionate nel blocco facente parte del complesso monumentale, che servivano sicuramente a sostenere alcuni ganci metallici, ora scomparsi, ma senz’altro usati per appendere gli animali da sacrificare.

 

Mentre nelle panche squadrate che parzialmente perimetrano la lastra e che in pianta sono disposte ad "U", potevano trovare posto a sedere diverse persone e queste certamente erano degli agrimensori.

Prendendo a suggerimento la miniatura del manoscritto Platinus 1564, riportata anche in copertina dell'importante libro di O.A.W. Dilche  "Gli Agrimensori di Roma Antica" 1971, in cui è raffigurata una commissione di nove agrimensori, si può pensare che essi si posizionassero attorno a questa lastra in pietra per prendere le decisioni più importanti sulla scelta del luogo in cui far sorgere gli accampamenti e le città e sull'orientamento ed impostazione da dare alle nuove colonizzazioni. (Fig. 11)

Fig. 11 - rappresentazione di una Commissione agraria. Miniatura del manoscritto Platinus, 1564 (IX secolo d.C. ) Roma
Fig. 11 - rappresentazione di una Commissione agraria. Miniatura del manoscritto Platinus, 1564 (IX secolo d.C. ) Roma

 

Il tracciato gnomonico

 

Il particolare tracciato gnomonico è stato scolpito sulla lastra di pietra all'interno della vasca.

Esso è costituito da un analemma che sta ad indicare la posizione angolare del sole al mezzodì nei quattro momenti cruciali dell'anno ovvero, il solstizio estivo, quello invernale e i due equinozi. Era pratica antica osservare gli angoli sotto cui, al mezzodì il sole e tutti i fenomeni ad esso collegati.

L'analemma viene calcolato e successivamente tracciato conoscendo la latitudine di una località o viceversa, conscendo il tracciato dell'analemma si può risalire alla latitudine della località per cui è stato realizzato.

Dal periodo in cui fu ritrovata la meridiana di Euporus, il suo analemma fu oggetto di molti studi da parte di diversi gnomonisti, che sollevarono diverse perplessità ed interrogativi. Il motivo era perché lo sviluppo del suo tracciato costituito dalle due iperboli solstiziali non era compatibile con la latitudine di Aquileia. Nemmeno le linee orarie (ore antiche non corrispondono esattamente per la latitudine di Aquileia.

Le uniche linea corrette di tutto il tracciato gnomonico, per la latitudine di Aquileia, ponendo per certo che la lastra in pietra del monumento fu ritrovata parallela alle mura così che declinava come queste per gradi 22°30' da Settentrione verso Occidente e quindi segnava la giusta direzione del Cardo Maximus, sono quella della retta equinoziale e quella ortogonale ad essa riverita all'ora VI.

Pur avendo letto attentamente tutti gli studi gnomonici effettuati, ma non avendo specifiche competenze sulla materia, non ritengo opportuno addentrarmi su una loro valutazione, anche perché come sopra già documentato, ritengo che il tracciato gnomonico della meridiana di Euporus, è esattamente (tenendo conto dei plausibili errori dovuti alla trascrizione, al trasferimento da una località all'altra, al tracciamento ed infine alla relativa scultura sulla lastra in pietra), la copia del tracciato gnomonico, della meridiana Plinthim sive lacunar inventata e scolpita da Sckopas nel III secolo a. C.

Il suo analemma è stato calcolato per una latitudine di 36° ed una eclittica di 24°, riferimenti importantissimi nella geografia antica di Diarhodon.

Da ciò, come documentato precedentemente, nell'assemblare la copia del tracciato gnomonico, calcolato per una latitudine di 36°, facendo coincidere la posizione della retta equinoziale con la latitudine di Aquileia, affinché sia esattamente ortogonale all'asse Nord Geografico- Sud, ed al lato lungo della lastra in pietra e dell'intero impianto monumentale, che doveva essere collocato in allineamento con quello che sarebbe stato l'orientamento deciso per impostare l'Agro coloniale di Aquileia, parte del tracciato fini al di fuori della superficie della lastra tanto da essere costretti per contenerlo completamente a dove sagomare la cornice perimetrale.

Questa mia convinzione è supportata anche da quanto, molto dettagliatamente e professionalmente, ha descritto l'ing. Paolo Albéri Auber, a pag. 274-275  nel suo studio 2005 "L'orologio solare orizzontale del Circo di Aquileia (II sec. DC) il Plintio di Euporus", Prima Parte, Atti dell'Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti, Tomo CLXIII (2004-2005) Classe di scienze Fisiche, matematiche e naturali. 

 

 

L'asta Gnomonica 

 

Lo Gnomone non è presente nel Museo archeologico nazionale di Aquileia, in quanto "stranamente" smarrita e difficilmente, per una serie di ragioni, ricomparirà.

L'unica cosa al momento visibile è il foro delle dimensioni di circa 3x4 cm. presente nella lastra in pietra, riempito con dei residui di ferro e di piombo i quali farebbero pensare che la sezione dell'asta era di circa 10x10 mm. 

La posizione del foro rispetto al tracciato gnomonico, fa presupporre che lo stilo rappresentava qualcosa di complesso, in quanto troppo arretrato per proiettare correttamente la sua ombra sull'analemma e sulle rette raffiguranti le ore (antiche).

Questa posizione, che ha creato incertezze ed equivoci a diversi ricercatori, in quanto nessun gnomonista ne potrebbe documentare per conoscenza, una tale struttura tanto da  riuscir ad assolvere il compito dello stilo, conferma la certezza che il tracciato gnomonico, non era stato creato per Aquileia, con lo scopo di essere un orologio solare per la latitudine di Aquileia e quindi segnare perfettamente le ore antiche del giorno nei vari mesi dell'anno, ma bensì è la copia del tracciato gnomonico circondato e in parte intersecato dai due circoli concentrici entro i cui solchi sono scritti i nomi degli otto venti antichi greci, della  meridiana Plinthim sive lacunar inventata e scolpita da Sckopas nel III secolo a. C, di cui l'unico elemento importante per Aquileia era la retta equinoziale che doveva essere posizionata correttamente con l'orientamento levante e ponente ovvero Est Ovest e la rosa dei venti. 

Al momento del ritrovamento dell'intero impianto monumentale, come anzidetto, il Dott. G. Gregorutti, nelle sintetiche informazioni rese pubbliche, riprese poi da più ricercatori, riportava di aver ritrovato in un secondo tempo nelle immediate vicinanze del monumento anche l'asta gnominica composta da diverse parti e di una lunghezza superiore rispetto ad un normale stilo gnomonico.

Nel disegno elaborato dal disegnatore Del Neri e pervenuto a noi tramite la pubblicazione dl Prof. Legnazzi, redatta da Drucker e Tedeschi "Del castro romano", Verona 1887 - Studio dell'Ing. Grablovitz, viene rappresentata in scala con massima precisione la sezione A-B della pianta dell'intero monumento che come  sopra rappresentata viene definito la "GROMA DI AQUILEIA"(Fig. N. 12)

Ponendo la dovuta attenzione,  si può notare al di sopra dell'asta gnomonica della lunghezza di circa 35 cm. e stato disegnato un cubo delle dimensioni di circa 6 cm. che sicuramente rappresentava un DODECAEDRO ROMANO, per le ragioni di seguito documentate. (Fig. N. 12)

 

Fig. 12 - Rappresentazione del disegno elaborato dal disegnatore Del Neri, e pervenuto a noi tramite la pubblicazione dl Prof. Legnazzi, redatta da Drucker e Tedeschi Del castro romano, Verona 1887 - Studio dell'Ing. Grablovitz,
Fig. 12 - Rappresentazione del disegno elaborato dal disegnatore Del Neri, e pervenuto a noi tramite la pubblicazione dl Prof. Legnazzi, redatta da Drucker e Tedeschi Del castro romano, Verona 1887 - Studio dell'Ing. Grablovitz,

 

Il dodecaedro romano

 

Ma cos’è il dodecaedro, oggetto studiato dai filosofi fin dall’antichità?

Si tratta di un piccolo manufatto cavo delle dimensioni che variano dai 4 agli 11 centimetri, realizzato in bronzo o in pietra (è stato reso noto del ritrovamento anche di alcuni in oro), formato da dodici facce piatte pentagonali i cui vertici s’incontrano a gruppi di tre e sulle quali è presente un foro circolare con diametri diversi, il tutto cosi come dettagliatamente documentato nell'articolo IL DODECAEDRO ROMANO nel presente Blog.

 

Questo preziosissimo strumento (Fig. 13) serviva agli agrimensori romani (a quel tempo persone stimate e facoltose) per individuare esattamente alle varie latitudini e prima dell'entrata in vigore del calendario Giuliano, il giorno esatto dell'equinozio primaverile ed autunnale e quindi tracciarne perfettamente la sua retta equinoziale, punto di partenza per impostare con l'uso della meridiana piana, l'orientamento delle terre conquistate dai romani poi divenute colonie del loro Impero. 

 

L’oggetto è così definito da Francesco Maurolico (1494-1575):

“[...] E li platonici assomigliano quattro solidi regolari a questi quattro elementi [Aria, Acqua, Terra, Fuoco.], et il quinto al Cielo [...]. Il Dodecaedro al Cielo perché come il Cielo è più ampio di tutti gli elementi, et abbraccia ogni cosa, così il Dodecaedro è il più grande de cinque solidi chiusi intra una sfera, et può circoscrivere ogn’uno del altri [...]”.

Fu proprio Platone (428-348 a.C.) a scoprire i solidi simmetrici e per questo motivo il gruppo prende il suo nome.

Esso comprende: l’Ottaedro, l'Icosaedro, l'Esaedro, il Tetraedro, ed il Dodecaedro, che ne fece la base per la sua cosmogonia.

“[...] E prima di tutto, che Aria, Acqua, Terra, Fuoco siano corpi, è chiaro ad ognuno. Ma ogni specie di corpo ha anche profondità. Restava una quinta combinazione e Dio se ne giovò per decorare l’Universo”, scrive Platone nel Timeo (XX, 55) associando la quinta combinazione – il Dodecaedro – all’intero Creato o a una sorta di etere che dovrebbe pervaderlo tutto.

A parlare di dodecaedro è anche Keplero nel suo Mysterium Cosmographicum (1597) quando immagina un sistema solare come un complesso nidificato di solidi platonici, in cui i raggi delle sfere concentriche associate determinano le orbite dei sei pianeti allora conosciuti:

“[...] La Terra è la sfera che misura tutte le altre. Circoscrivi ad essa un Dodecaedro: la sfera che lo comprende sarà Marte. Circoscrivi a Marte un Tetraedro: la sfera che lo comprende sarà Giove. Circoscrivi a Giove un cubo: la sfera che lo comprende sarà Saturno [...]”.

 

 

Fig. 13 Foto relativa al dodecaedro ritrovato nell'antica Atuatuca Tongeren a poca distanza dalla bella Basilica di Notre-Dame
Fig. 13 Foto relativa al dodecaedro ritrovato nell'antica Atuatuca Tongeren a poca distanza dalla bella Basilica di Notre-Dame

 

La rosa dei venti

 

Nella spessa lastra orizzontale di pietra sono stati scolpiti due circoli concentrici, entro i cui solchi sono scritti i nomi dei venti antichi che cominciando da Nord e in senso orario sonoSeptentrio, vento spirante da Nord (tramontana); Boreas, vento spirante da Nord/Est (bora); Desolinus, vento spirante da Est (levante); Eurus, vento spirante da Sud-Est (scirocco); Auster, vento spirante da Sud (austro); Africus, vento spirante da Sud-Ovest (libeccio); Favonius, vento spirante da Ovest ( zefiro); Aquilo, vento spirante da Nord-Ovest (maestrale). 

Vitruvio all'interno del Libro primo, Capo VI, spiega, sulla base della Rosa Ventorum, come nel corso della realizzazione delle colonizzazioni e delle città, venisse tracciata la direzione delle strade:

“Partendo dall'idea che piacque ad alcuni che i Venti non fossero che quattro: (Auster, SeptentrioFavonius, Solanus). Ma quei che ne hanno fatta ricerca più diligente ne stabilirono poi otto con l’aggiunta di (Afhricus, Chaurus, Aquilo, Eurus) grazie alle misurazioni fatte da Andronico Cireste che ad Atene eresse una torre di marmo a otto facce sulla quale fece scolpire l’immagine di ciascun vento e sulla cui sommità pose un tritone di bronzo che dal vento era girato e fermato dirimpetto al soffio), [...] Si segni con un punto un’ora in circa prima di mezzogiorno, l’estremità dell’ombra dello gnomone; indi aperto il compasso fino a questo punto, che è l’estremità della lunghezza dell’ombra, con questo intervallo, e centro si descriva un cerchio. Si osservi parimenti dopo mezzogiorno l’ombra di questo gnomone, la quale va crescendo; ed ove toccherà la circonferenza del cerchio, sicché farà l’ombra del giorno eguale a quella della mattina, si segni un punto. Fatto ciò si prenda la decimosesta parte di tutta la circonferenza, è fatto centro in quel punto ove la tocca la meridiana, si segnino in essa circonferenza i punti a destra e a sinistra, cioè tanto dalla parte di Mezzogiorno, quanto di Settentrione; quindi di questi quattro punti si tirino fino alla circonferenza le linee, che si intersecano nel centro. Così si farà un’ottava parte per l’Ostro, ed una per la Tramontana: le altre ottave parti tre a destra e tre a sinistra si devono distribuire in tutta la circonferenza, in modo che siano otto parti uguali per gli otto venti". (Fig. 14- Fig. 15) 

 

Fig. 14 - Rappresentazione della rosa degli otto venti, trattata dal De architectura, Cesare Cesariano 1521 volume a stampa, Milano
Fig. 14 - Rappresentazione della rosa degli otto venti, trattata dal De architectura, Cesare Cesariano 1521 volume a stampa, Milano
Fig. 15 - Rappresentazione di una rosa degli otto venti su di un plinto marmoreo posizionato a livello, trattata dal De architettura di Cesare Cesariano 1521 volume a stampa, Milano
Fig. 15 - Rappresentazione di una rosa degli otto venti su di un plinto marmoreo posizionato a livello, trattata dal De architettura di Cesare Cesariano 1521 volume a stampa, Milano

"Ciò fatto la direzione delle strade e de vicoli si tireranno per gli angoli fra le due direzione dei venti; ed in quella maniera, e con quella distribuzione si verrà a tener lontano dalle abitazioni, e dalle strade la molesta violenza de venti. [...]. Debbono dunque le strade essere tirate opposte alla direzione dei venti, acciocché quando questi soffiano, si frangano ai cantoni delle isole delle case, e ribattuti si disperdano.”

“ Nulla deve essere lasciato al caso così sarà da evitare strade esposte a venti freddi perché offendono, caldi perché viziano e umidi perché nuocciono. L’esempio che viene portato è la città di Mitilene nell’isola di Lesbo, fabbricata con magnificenza ma non situata con giudizio, perché in essa a seconda del vento che soffia ne risente la salute della popolazione e dove nelle strade non si può resistere per la veemenza del freddo. Obiettivo fondamentale è tenere lontani i venti, solo in questo modo il luogo potrà essere salubre". (Fig. 16) 

Fig. 16 - Rappresentazione della rosa dei ventiquattro venti e come nel corso della realizzazione delle città venissero tracciate le strade, trattata dal De architettura di Cesare Cesariano 1521 volume a stampa, Milano
Fig. 16 - Rappresentazione della rosa dei ventiquattro venti e come nel corso della realizzazione delle città venissero tracciate le strade, trattata dal De architettura di Cesare Cesariano 1521 volume a stampa, Milano

 

Ecco perché la posizione del vento Aquilo è al posto di Caurus (NW) ed in luogo di Aquilo (NE) l’inserimento di Boreas’ .

 

Non è noto quando il senso umano di orientamento geografico venne associato ai venti, ma già l’antico poeta greco Omero (circa 800 a.C.) si riferisce ai quattro venti con i loro nomi – Borea, Euro, Noto, Zefiro – nella sua Odissea  e nell’Illiade.

A lui si susseguirono diversi importanti, filosofi, fisici e poeti, dove ognuno si cimentò ad aumentare, diminuire, cambiare il nome ed ubicazione dei venti.

 

Aristotele, (ca. 382 a.C.) più volte citato da Vitruvio nel suo De architectrura, introdusse nel suo Meteorologia (ca. 340 a.C.) un sistema di venti che ne annovera da dieci a dodici, di cui agli otto venti principali: Aparctias (N), Cecias (NE), Apeliotes (E), Euros (SE), Notos (S), Lips (SO), Zephyrus (O) e Argestes (NO), aggiunge due venti intermedi, Trascias (NNO) e Meses (NNE), notando che questi non hanno contrari. Pertanto, in questo modo, Aristotele concepisce una rosa dei venti asimmetrica di dieci venti.

 

Nord (N) Apartias (ὰπαρκτίας)
(variante: Boreas(βoρέας))
il meridiano superiore
Nord-Nordest (NNE) Meses (μέσης) l'"alba" polare
Nordest (NE) Cecias (καικίας) punto di levata del sole in estate
Est (E) Apeliotes (ὰπηλιώτης) punto di levata del sole all'equinozio
Sudest (SE) Euros (εΰρος)
(variante: Euronotos (εὺρόνοtοi))
punto di levata del sole in inverno
Sud-Sudest (SSE) Nessun vento
(tranne il locale Fenicia (φοινικίας)
 
Sud (S) Notos (νόtος) il meridiano inferiore
Sud-Sudovest (SSO) Nessun vento  
Sudovest (SO) Lips (λίψ) punto di tramonto del sole in inverno
Ovest (O) Zephyrus (ζέφυρος) punto di tramonto del sole all'equinozio
Nord-Ovest (NO) Argestes (ὰργέστης)

(varianti: Olimpias (όλυμπίας) e
Scirones(σκίρων))

punto di tramonto del sole in estate
Nord-Nordovest (NNO) Trascias (θρασκίας) il "tramonto" polare

È da notare che nel sistema aristotelico, il vecchio Euros devia dalla sua posizione tradizionale nel punto cardinale est e viene sostituito dall'Apeliotes (ὰπηλιώτης), che significa (dal sole o dal calore del sole).

La vecchia Boreas è menzionata solo come nome alternativo di Apartias  (ὰπαρκτίας), che significa (dall'Orso", cioè l'Orsa Maggiore, il circolo polare artico).

Tra i nuovi venti ci sono l'Argestes (ὰργέστης), che significa (che pulisce o che schiarisce), un riferimento al vento di Nord-Ovest che soffia via le nuvole. Le varianti di ArgestesOlimpia (όλυμπίας) e Scirone (σκίρων) sono nomi locali ateniesi, (un riferimento al Monte Olimpo e alla rocca di Scirone presso Megara). 

Interpretare Trascias e Meses come venti intermedi e gli altri come venti principali implica che la costruzione di Aristotele sia asimmetrica. Nello specifico, i venti intermedi dovrebbero essere a 22° e 30' da entrambi i lati del Nord, mentre gli otto principali dovrebbero situarsi a 45° l'uno dall'altro. Comunque, un'ipotesi alternativa prevede che essi siano più equamente distanziati l'uno dall'altro di 30°. In aiuto ci viene proprio Aristotele, che menziona che le posizioni ad est e ad ovest sono quelle del sole, come si vede sull'orizzonte all'alba e al tramonto nei differenti periodi dell'anno. Usando la sua notazione alfabetica, Aristotele osserva che durante il solstizio d'estate il sole si leva da Z (Cecias) e tramonta in E (Argestes); durante l'equinozio, si leva da B (Apeliotes) e tramonta in A (Zephyrus), ed infine durante il solstizio d'inverno si leva da Δ (Euros) e tramonta in Γ (Lips). Disegnata così sulla rosa dei venti, la spiegazione di Aristotele ci dà quattro paralleli: (Fig. 17)

Fig. 17 - Venti della bussola secondo Aristotele (angoli di 30°)
  • (1) il "circolo sempre visibile", cioè il circolo polare artico, i limiti delle stelle circumpolari (stelle che non tramontano) (collegando i venti intermedii IK),
  • (2) il solstizio d'estate (collegando EZ),
  • (3) l'equinozio (collegando AB)
  • (4) il solstizio d'inverno (collegando ΓΔ).

Supponendo che lo spettatore sia localizzato ad Atene, si può calcolare che questa costruzione darebbe come risultato una rosa dei venti simmetrica con angoli approssimati di 30º.

Il sistema di Aristotele potrebbe dunque essere concepito come una rosa a dodici venti con quattro venti cardinali (N, E, S, O), quattro "venti solstiziali" (a grandi linee, NO, NE, SE, SO), due "venti polari" (approssimativamente NNO, NNE) e due "non-venti" (SSO, SSE).

Aristotele ha ingrandito il sistema dei venti, portandolo da quello omerico ad uno di dieci venti, ma lo ha lasciato sbilanciato.

Il navigatore Timostene di Rodi  (ca. 282 a.C.) aveva sviluppato un sistema di 12 venti, aggiungendo quattro venti agli otto consueti). La lista di Timostene  era: Aparctias (N), Boreas (non Meses, NNE), Caecias (NE), Apeliotes (E), Eurus (SE), "Fenicia, anche chiamato Euronotos (SSE), Notos (S), Libonotos (prima menzione, SSO), Lips (SO), Zephyrus (O), Argestes (NO) e Thrascias (NNO). (Fig. 18)

Fig. 18 - Rappresentazione della rosa dei venti greca a dodici punte (secondo Timostetene)
Fig. 18 - Rappresentazione della rosa dei venti greca a dodici punte (secondo Timostetene)

Si dice che il geografo Eratostene di Cirene (ca.200 a.C.), comprendendo che più venti presentavano solo leggere varianti, ridusse i dodici venti agli otto principali. L'opera originale di Eratostene è andata perduta, ma la storia è riportata da Vitruvio, che prosegue dicendo che Eratostene giunse a questa conclusione nel tentativo di misurare la circonferenza della terra. Egli dedusse che c'erano in realtà solo otto settori di uguale ampiezza e che gli altri venti non erano altro che varianti di questi otto venti principali. Se ciò fosse vero, Eratostene sarebbe l'inventore della rosa dei venti ad otto punte.

È interessante notare che sia Timostene sia Eratostene suo discepolo si discostano su questo punto.

Entrambi riconoscono che la rosa a dieci venti di Aristotele non è simmetrica, ma mentre Timostene ripristina l'equilibrio aggiungendo due venti per creare una rosa a dodici venti, Eratostene elimina due venti per creare una rosa ad otto punte.

Sembra che la riduzione di Eratostene abbia trionfato. Gli otto venti che nomina sono: Boreas (non Aparctias, N), Cecias (NE), Apeliotes (E), Eurus (SE), Notos (S), Lips (SO), Zephyrus (O) e Scirones (NO) variante di Argestes. È notevole la ricomparsa di Boreas nel settore Nord al posto di Aparctias

La famosa "Torre dei Venti" di Atene mostra solo otto venti piuttosto che i dieci di Aristotele o i dodici di Timostene. Si dice che la torre sia stata costruita da Andronico di Cirro (ca. 50 a.C.) ma è comunemente datata dopo il 200 a.C. (ovvero dopo Eratostene).

 

Il sistema greco dei venti fu adottato dai Romani, parzialmente con la nomenclatura greca, ma sempre più con l'uso di nuovi nomi di origine latina.

Dopo aver osservato che dodici venti sono un'esagerazione, Plinio il Vecchio (23 d.C.- 79 d.C.), prosegue nella sua Naturalis Historia (ca.77 d.C.) dicendo che i "moderni" li hanno ridotti ad otto. Li elenca come Settentrione (N), Aquilone (NNE), Subsolano (E), Volturno (SE), Austro (S), Africo (SO), Favonio (O) e Coro (NO).

Quando discute dei mezzi venti, Plinio dice che l'Aquilo, in estate, si trasforma nei venti ESTESII, (meltemi) i venti periodici che erano già stati nominati da Aristotele come Argestes (ὰργέστης) (NO) varianti: Olimpias (όλυμπίας) e Scirones (σκίρων), e successivamente da Eratostene come Scirones (σκίρων) (NO),  in quanto a quelle latitudini di 36°, rappresentate dalle iperbole solstiziali riportate nella meridiana di Euporus, soffiano in quella direzione così come di seguito documentato.

Il meltemi è un vento secco e tiepido che soffia nell'area del mar Egeo, particolarmente in estate. 

            
           Fig. 19 - Schema di come si forma il meltemi 

Ha origine grazie all'incontro tra l'alta pressione estiva del Mediterraneo occidentale e quella bassa tipica del Mediterraneo orientale. Soffia infatti da giugno a settembre, tipicamente. 

La denominazione turca meltemi è usata su entrambe le sponde dell'Egeo, Grecia e Turchia: L'intensità è in generale abbastanza bassa, ma non è tuttavia raro che si creino problemi con burrasche in mare (forza 8 o 9). La provenienza è invece da nord o nord-est nell'Egeo centrale, mentre nel Dodecaneso  (in prossimità della costa turca) spira da nord-ovest ed è generalmente meno forte. (Fig. 19)

Secondo il mito, il meltemi si è originato in seguito all'assassinio di Icaro. Gli assassini si erano rifugiati nell'isola di Ceo, nella quale si sviluppò un'aspra canicola durante i giorni di Sirio, stella della costellazione del Cane Maggiore che raffigura Maira, il cane di Icaro. Interpellato, l’oracolo di Apollo,  comunicò che per allontanare l'eccessiva e devastante siccità, dovevano essere puniti gli assassini di Icario. Una volta uccisi iniziò a soffiare il fresco meltemi.

Da quanto sopra documentato, essendo la rosa dei venti della Meridiana orizzontale di Euporus del tipo Plinthio Lacunare, sicuramente la copia di quella del  "Plinthim sive lacunar"  come è quello nel circo Flaminio fu inventato da "Scopas Syracusiusuno dei più grandi scultori ed architetti greco antico, ne ce da meravigliarsi se la disposizione dei venti ricalca quella della cultura greca per una latitudine di 36°.

 

 

Ecco chi  era M. Antistius Euporus  inciso all’interno del cerchio, compreso fra i due rami dell’iperbole invernale.

 

Di Marco Antistio non si hanno molte notizie, questo probabilmente per le ovvie ragione legate a non far emergere i segreti celati dietro la meridiana ed a lui facente riferimento.

Comunque riferendoci al periodo che va da III al II secolo a.C., a cui fa riferimento la presente ricerca, Marco Antistio, fu citato per ben tre volte nei libri storici a noi conosciuti.

Nel seguito verranno riportati i contesti per cui venne ricordato al fine di far conoscere, per quanto possibile, i ruoli per cui fu molto stimato e molti furono a lui riconoscenti.

 

La prima fu fatto da parte di Tito Livio nella - Ab Urbe condita Libro XXXIII, documentando un periodo relativo al 220 a.C.

Dopo la prima guerra punica (264-241 a.C.) il console Gaio Flaminio Nepote promosse un ampio programma di riorganizzazione amministrativa ed economica di tutto il territorio a sud di Rimini (Ariminum), l'Ager gallicus, tanto che 

nel (232 a.C.) con l'approvazione della Legge Lex Flaminia da lui voluta le aree conquistate vennero assegnate ai coloni dopo essere stati centuriate e divisi in tre parti: la prima rimaneva di proprietà dello stato (ager publicus), la seconda veniva lasciata ai vinti, mentre la terza era data ai soldati. Ariminum era snodo di importanti vie di comunicazione tra il Nord e il Centro: qui terminava la Via Flaminia (220 a.C.) proveniente da Roma. Da Ariminum si dipartivano: la Via Emilia (187 a.C.), diretta a Piacenza, e la Via Popilia-Annia (132 a.C.), che collegava la città a Ravenna, Adria, Padova, Altinium, Aquileia.

di questo periodo Tito Livio riporta il passaggio di seguito tradotto:

"Gaio Flaminio andò in disaccordo con il Senato per non essersi recato a Roma in Campidoglio e per essersi proclamato per la seconda volta console nel 217 a.C., entrando in carica  senza aver preso gli auspici nel tempio di Giove. Partito di nascosto per iniziare il consolato a Rimini invece di fermarsi a Roma. Il Senato venuto a conoscenza di tale fugace partenza, d'accordo con tutti, era dell'avviso che si dovesse richiamarlo e astringerlo a compiere di presenza i suoi doveri verso gli Dei e verso gli uomini, prima che giungesse alla sua provincia presso l'esercito.

Per questa incarico, il Senato deliberò di mandare i Commissari Q. Terentius e M. Antistius (Marco Antistio), che però fallirono nell'intento". Pertanto il programma di riorganizzazione amministrativa ed economica, proseguì secondo quanto sancito dalla Legge Lex Flaminia e quindi contro il volere del senato.

Gaio Flaminio, pochi giorni dopo essere entrato in carica come console, una volta ricevuto due legioni da Sempronio, console dell'anno precedente e due dal pretore Caio Atiglio, partì con il suo esercito verso l'Etruria attraverso i valichi dell'Appennino.

 

La seconda volta fu sempre ricordato da parte di Tito Livio nella - Ab Urbe condita Libro XXXIII, nel periodo 212 a.C. che di seguito si riporta una traduzione dell'estratto:

 

"Poi fu data udienza dal senato ai Campani, il cui discorso fu assai più commovente [...] Indi, fatti uscire dalla sala, ci si chiese per un momento se si dovesse richiamare Quinto Fulvio da Capua (poiché il console Claudio era morto dopo la presa della citta) affinchè si discutesse in presenza del comandante che aveva fatto l'impresa, come già si era disputato tra Marcello ed i Siciliani; poi, venendo in senato, Marco Atilio, e Caio Fulvi, fratello di Flacco, di lui legati, non che quinto Minucio, e Lucio Ventulio Filone come pure i legati di Claudio che erano stati presenti a tutte le cose, né volendo che Fulvio fosse richiamato  Capua, né che si differisse di rispondere ai Campani, chiesto del parere Marco Attilio Regolo che, di quelli che erano stati a Capua, era credito maggiore, "Presa Capua, disse, mi ricordo di essere intervenuto al consiglio con i consoli, quando si ricercò quali dei Campani avesse meritato della nostra patria; e non essendosi trovate che due donne, Vestia Oppia Atellana, abitante in Capua, e Faucula Cluvia, che in passato si manteneva vendendo il proprio corpo; quella essersi sacrificata ogni giorno per la salute e la vittoria del popolo Romano; questa aver dato di nascosto cibo ai prigionieri bisognosi; di tutti gli altri Campani essere stato l'Animo simile a quello dei Cartaginesi; ed aver Fulvio fatto decapitare quelli che sopravanzavano gli altri per dignità, più per colpa. Non vedo cosa il senato possa deliberare dei Campani, che sono cittadini di Roma, senza che il popolo non lo autorizzi; il che trovo essersi fatto dai nostri maggiori nel caso dei Satricanti, che si erano ribellati, avendo il tribuno della plebe Marco Antistio proposto alla medesima, e questa approvato, che il senato potesse dare il suo giudizio nell'affare dei Satricanti. Sono dunque dell'avviso che si debba trattare coi tribuni della plebe, affiche uno di essi o più di essi propongano alla plebe una legge per cui ci sia la facoltà di statuire sul fatto dei Campani. "il tribuno Lucio Atilio, di volontà del senato, porto alla plebe la seguente proposizione: " tutti i Campani, Atellani, Calatini, Sabatini, che si diedero in potere ed arbitrio del popolo Romano nelle mani del console Fulvio, e che diedero con loro il contado, la città, le cose tutte umane e divine, le masserizie, e quanto altro diedero, vi domando, o Quitriti, quello che che volete che ne sia fatto". La plebe cosi ordinò: "Quello che parrà al senato, raccolto, giurato, e con la pluralità di voti, quello vogliamo, e comandiamo".

 

La terza volta invece fu ricordato  da Marco Tullio Cicerone nel -  Retorica- De Oratore  Libro Ii - LXXI C. 286-287, nel periodo 178 a.C.  che di seguito si riporta una traduzione dell'estratto:

Il ridicolo spesso si ottiene concedendo all'avversario, ciò che egli ti nega, come fece C. Leilio, quando a un tale cli ignobili natali, che si diceva: Tu sei indegno dei tuoi antenati, rispose: Ma tu, per Ercole, sei degno dei tuoi! Spesso si dicono facezie anche in tono sentenzioso, come quando una volta mentre si discuteva sulla legge riguardante i doni e i regali agli avvocati, presentata da M. Cincio saltò fuori C. Centone, che disse con tono fortemente offensivo: Che cos'è che vuoi proporre, o piccolo Cincio? e Cincio di rimando: Che tu debba comprare, o Gaio, ciò di cui hai bisogno. spesso il ridicolo deriva dal chiedere cose impossibili, come quando, davanti a tutti i compagni che si addestravano nel Campo Marzio, M. Lepido comodamente sdraiato sull'Erba disse: Come vorrei che la fatica fosse questa! Siamo facenti anche quando a gente che c'interroga e quasi c'incalza con domande, noi rispondiamo con calma, in senso contrario all'aspettativa; così il censore Lepidio avendo tolto a M. Antistio di Pirgi la dignità equestre, gli amici che gridavano e dicevano: Che cosa dovrà dire il padre, per giustificare la perita della dignità equestre, questo colono esemplare, sobrio modesto e frugale quant'altri mai, rispose: Che io non credo nulla di tutto questo."

 

Ricordiamo che, come ricordato da Plinio il Vecchio nella sua (Nat. Hist.III, 18,26) , che ad Aquileia fondata nel 181 a.C. che a organizzare l'impianto del porto delle navi, una delle prime opere per dar inizio alla colonizzazione della città, furono tre personaggi di spicco della vita politica di Roma, i Triumviri coloniae Lucio Manlio Acidino, Schipione Nasica, e Gaio Flaminio ( figlio di console Gaio Flaminio Nepote), che guidarono un contingente di 3000 coloni-soldati (con relative famiglie, piu un numero oscillante tra le 300 e le 400 unità di graduati e cavalieri, per un totale complessivo di 12.000-15.000 persone) provenienti dall'Italia centrale (Lazio, Umbria, Sannio, e fascia adriatica picena), cui si unirono, come indicato da fonti documentarie, gruppi di veneti, tradizionali alleati di Roma, costituiti da famiglie prestigiose, precocemente presenti nelle magistrature e negli ambiti produttivi), 

Fu proprio in quel periodo che, venne costruita  la Meridiana orizzontale di Euporus del tipo Plinthio Lacunare, come copia del "Plinthim sive lacunar" inventato e realizzato da "Scopas Syracusius" onde poter permettere agli agrimensori di dare l'orientamento all'Agro colonico di Aquileia,  secondo quanto sopra documentato e di centuriare i terreni sulla base della  Legge Lex Flaminia dividendoli in tre parti: la prima rimaneva di proprietà dello stato (ager publicus), la seconda veniva lasciata ai vinti, mentre la terza era data ai soldati.

Probabilmente fu proprio Gaio Flaminio a disporre che il monumento venisse dedicato al prima Commissario, poi Tribuno della Plebe nonché Equestre  M. Antistius di Pirgi a cui fu aggiunto Euporus fecit, che significa, secondo il Volume Terzo del  Vocabolario Universale della lingua italiana, edizione eseguita nel 1847, su quelle del Tramater di Napoli con aggiunte correzioni per cura di Anton Enrico Mortara, Prof. Bernardo Belleini, Prov. Don. Gaetano Codogni, Antonio Mainardi ecc. ecc.  (EUPORO, Eu-po-ro  N .pr. m. Lat. Euporus (dal gr. eu  = bene e porus = modo di fare - Lat. Fecit = ha fatto ( che si può riassumere a "Mario Antistio per il bene che ha fatto"). Anche lo sciavo di Caio Gracco  (che la storia ci ha raccontato la sua devozione nei confronti del suo padrone si chiamava  Euporus). 

 

 

CONCLUSIONI

Per questi motivi si può sostenete che la meridiana orizzontale di Euporus, del tipo Plinthio Lacunare, uno dei principali monumenti topografico-gnomonico-anemoscopico-astronomico/astrologico-religioso attualmente noto, è una delle varianti del "Plinthim sive lacunar"  come è quello nel circo Flaminio inventato e scolpito da "Scopas Syracusius"  tradotto in Scopa Siracusano ora conosciuto come Skopas, citato da Vitruvio nel Libro nono, capo IX del De architectura ed introdotta a Roma come bottino nel 263 a.C. con l'occupazione di Catania

La meridiana di Euporus risalente sicuramente a prima del 164 a.C. in quanto non ancora modificata, è stata costruita presumibilmente  verso il  180 a. C., per impostare l'orientamento di quello che diventò l'Agro colonico di Aquileia.

 

Alla luce di queste considerazioni, sicuramente andrebbe rivista la datazione del monumento.

 

Anche Vitruvio per giustificare che la meridiana inventata e realizzata da Skopas, andasse modificata al fine di adeguarla alle latitudini di Roma e del resto dell'Impero Romano, riporta nel suo De architettura, Libro primo Capo VI:

“ Nulla deve essere lasciato al caso così sarà da evitare strade esposte a venti freddi perché offendono, caldi perché viziano e umidi perché nuocciono. L’esempio che viene portato è la città di Mitilene nell’isola di Lesbo, fabbricata con magnificenza ma non situata con giudizio, perché in essa a seconda del vento che soffia ne risente la salute della popolazione e dove nelle strade non si può resistere per la veemenza del freddo. Obiettivo fondamentale è tenere lontani i venti, solo in questo modo il luogo potrà essere salubre".

Mentre nel Libro nono, fornendoci elementi di gnomonica, tra cui quelli per la realizzazione dell’analemma e la scienza relativa agli orologi solari e ad acqua, la parte più significativa è rappresentata dal Capo IV, "Della Sfera, e de’ Pianeti", in cui si racconta come l’ombra dello gnomone equinoziale abbia diversa lunghezza ad Atene, Alessandria, Roma o Piacenza e che quindi il calcolo dell'analemma, per la realizzazione degli orologi, sia differente a seconda del luogo in cui questi vengono realizzati. 

Il tutto come dalle seguenti rappresentazioni grafiche. (Fig. 20- Fig. 21)

 

Fig. 20 - Rappresentazione vitruviana della variazione dell'ombra gnomonica nelle diverse località, trattata da Cesare Cesariano De architectura 1521 volume a stampa, Milano
Fig. 20 - Rappresentazione vitruviana della variazione dell'ombra gnomonica nelle diverse località, trattata da Cesare Cesariano De architectura 1521 volume a stampa, Milano
Fig. 21 Rappresentazione vitruviana per la realizzazione dell'analemma alla latitudine di Roma, trattata da Cesare Cesariano De architectura 1521 volume a stampa, Milano
Fig. 21 Rappresentazione vitruviana per la realizzazione dell'analemma alla latitudine di Roma, trattata da Cesare Cesariano De architectura 1521 volume a stampa, Milano

 

La cosa più sorprendente è che usando tutti i riferimenti della meridiana piana di Euporus e quanto Vitruvio ha riportato nel Libro terzo, Capo I, aiutato dalle moderne tecnologie, sono riuscito a tracciare esattamente:

- Tutto il tratto della Via ANNIA che insiste  sull'Agro aquileiense, compreso il punto di partenza, corrispondente alla porta a cavedio ubicata nelle mura della Città antica. Lo stesso, si trova esattamente in corrispondenza della cella mortuaria all’interno della cappella del Cimitero moderno, mentre il punto di arrivo si trova nei pressi del ponte Orlando sul fiume Ausa. Nei pressi di quel luogo, ho trovato anche la presenza delle fondazioni di una torre dei venti a pianta ottagonale, uguale a quella ritrovata nei pressi del circo, che servì per il tracciamento della stessa via ANNIA;

- L’esatto posizionamento del circo che con le sue misure della lunghezza di 444,00 m.  pari a 1.500 piedi o 1.000 cubiti, per una larghezza di 88,80 m. pari a 300 piedi o 200 cubiti,  viene sovrapposto per circa 50,00 m. dal Cimitero moderno, proprio nella zona della cavea riservata all’Imperatore;

- L’esatta posizione del porto delle navi, (ai più sconosciuto), ubicato in località Mariniane, nell'attuale antica vigna nei pressi del circo;

- L’esatta posizione del punto di partenza della via Julia Augusta, che si trovava nei pressi dell'attuale campanile della Basilica, dove a poca distanza c’è un’altra fondazione di una torre dei venti a pianta ottagonale. (Fig. 22- Fig. 23)

 

Pianta di Aquileia Romana. Da P. Kandler, Aquileia Romana in "Archeografo Triestino" 1869
Fig. 22 - Pianta di Aquileia Romana. Da P. Kandler, Aquileia Romana in "Archeografo Triestino" 1869
Fig. 23 - Rappresentazione del rilievo esatto della Via ANNIA dell'ubicazione del porto delle navi e  del circo
Fig. 23 - Rappresentazione del rilievo esatto della Via ANNIA dell'ubicazione del porto delle navi e del circo

BIBLIOGRAFIA

 

Pubblicazioni ed articoli

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P. ALBÈRI AUBER, Antistius Euporus – nuovi aggiornamenti e ricerche su “Orologi Solari”, n. 11, Trieste 2016.

 

Libri

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